Articolo senza titolo 135

Lilia, anima poliedrica che sa dare forma alla sacralità della natura

Intervista a Lilia Baroni Maniero

di Monia Pin

CONEGLIANO (TV) – Quando ho incontrato la signora Lilia Baroni sono stata travolta benevolmente dalla sua innata energia, una vivacità d’animo tale che contagia di entusiasmo qualsiasi persona le stia accanto.

Mi accoglie con signorilità, facendomi accomodare nel suo soggiorno per fare una chiacchierata che si trasforma ben presto in un’intervista, durante la quale Lilia racconta di sé, dei suoi numerosi viaggi, delle sue esperienze di vita, dell’amore per la famiglia e per l’arte. Le sue doti eccellono nelle sue creazioni, animate dalla volontà di Lilia di mettersi costantemente alla prova, esplorando vari ambiti artistici e rinnovandosi sempre per immortalare la bellezza della natura. Così, osservando le sue opere, si rivivono le medesime sensazioni di libertà, grazia, saggezza da lei provate, con autentica spontaneità.

Quando si è accorta di avere delle doti artistiche?

Io ho vissuto dieci anni in Eritrea, allora ero bambina e frequentavo la prima media. Fu allora che partecipai a dei concorsi di pittura, conquistando spesso il primo premio. Qualche anno dopo fu il professore di filosofia che mi incoraggiò ad intraprendere la carriera artistica.

Dopo il diploma avrei voluto frequentare l’Accademia delle Belle Arti a Venezia, ma mio padre mancò e mi dedicai all’insegnamento. Dopo qualche tempo mi sono iscritta all’Accademia delle Belle Arti di Roma, all’epoca c’era una succursale a Padova. Lì ebbi l’opportunità di seguire i corsi con il grande Maestro Claudio Borsato, allievo di Pietro Annigoni. Appresi da lui ogni nozione necessaria alla mia formazione artistica e mi insegnò la tecnica dell’affresco. E’ stato determinante per la mia carriera.

Come è proseguita la sua formazione artistica?

Ho avuto la fortuna di conoscere l’incisore Valentino De Nardo, iniziando così a produrre delle incisioni, come ad esempio la copia della “Quadriga del museo del Partenone”.

Successivamente ho voluto provare a cimentarmi in una nuova attività artistica, la ceramica, e andavo fino a Nove, chiamata appunto “La città della ceramica”. Per imparare partivo alle sei del mattino e mi sono appassionata così tanto da comprarmi un forno. Negli anni ho visitato alcune mostre e luoghi che hanno influenzato mie creazioni, tra queste un’esposizione delle ceramiche reali di Sèvres a Venezia, la mostra degli Incas ed il viaggio in Cina. Può vedere qui ad esempio due anfore con galli mitologici di chiara ispirazione orientale e le ceramiche che si richiamano alla nota manifattura francese.

Quali sono state le esperienze più belle in campo artistico?

Ho avuto l’onore di contribuire alla realizzazione del grande affresco visibile sul Palazzo del Cavallino, a Conegliano, lavorando con il celebre maestro Vico Calabrò, il migliore affrescatore d’Italia. Eravamo una squadra di venticinque artisti e c’era una grande armonia tra noi, una collaborazione coinvolgente anche dal punto di vista umano.

Un’altra bella esperienza è stato il palio del Comune di Sevigliano, in provincia di Fermo, per il quale ho realizzato il drappo per l’evento, ricevendo le congratulazioni del Presidente dei Pali d’Italia.

Ha organizzato delle mostre? E quali sono state le più significative per lei?

Mostre ne ho fatte diverse, ricordo tra le prime quella di Memphis nel Tennessee, dove ho esposto  opere a olio e incisioni. Ne sono seguite altre a Pieve di Cadore e a Oderzo, nel palazzo Porcia – Brugnera; quest’ultima fu molto apprezzata dal conte di Porcia. Diverse esposizioni sono state organizzate presso l’Oratorio dell’Assunta a Conegliano, tra le quali quella intitolata “Fiori, fiori, fiori” con la pubblicazione del catalogo.

Due anni fa ho ideato un’esposizione a Palazzo Sarcinelli che comprendeva tutta la mia produzione artistica. In quell’occasione ho catalogato tutte le mie opere: sono più di ottocento; è seguita un’altra mostra dedicata solo alla ceramica.

Mi mancava però una mostra dedicata all’Africa, mi è rimasta nel cuore. Mio padre è stato lì per vent’anni, era arrivato nel 1912, si era formato una famiglia, ma dopo l’entrata in guerra dell’Italia tutto precipitò. E’ ancora vivido in me il ricordo del campo di aviazione di Asmara in fiamme dopo poco tempo dallo scoppio del conflitto. Dopo alcuni trasferimenti, siamo rientrati in Italia, arrivando a Conegliano nel 1959. La solidarietà tra gli italiani ci ha aiutato molto.

L’Africa ha lasciato in me un segno indelebile, sa incantarti con i suoi profumi, i suoi colori cangianti, i cieli immensi. All’orizzonte si stagliano figure quasi evanescenti di carovane di cammelli che scompaiono dopo pochi istanti, magicamente sfumate lungo l’orizzonte, mentre il cielo si popolo di stormi di fenicotteri rosa. E’ così che è nata la mia ultima mostra “Immagini d’Africa”. L’Africa conquista anche per l’ospitalità e l’accoglienza della sua gente, la loro gentilezza che si esprime con gesti semplici e significativi.

Mi ha accennato ai suoi viaggi, quanto hanno influito sulla sua arte?

I viaggi mi hanno ispirata molto e ne conservo ricordi intensi. Uno di questi fu il soggiorno in Etiopia. Sono stata lì un mese e ho visitato Laibela, città che trae il suo nome dall’imperatore Gebre Maskal Lalibelache che fece costruire undici chiese rupestri. Sono tutte intagliate nella pietra e si trovano a duemila metri di altitudine; sono edifici sacri della cristianità che evocano una forte spiritualità, all’interno vantano delle graziose Madonne affrescate. Perfino il fiume che scorre lì vicino è stato chiamato Giordano. Secondo la tradizione all’imperatore Lalibela apparve in sogno San Giorgio, protettore dell’Etiopia, che gli chiese di edificargli una chiesa con pianta a forma di croce greca, ad oggi la più bella e la più visitata.

Un altro viaggio di cui conservo un ottimo ricordo è quello in Tanzania, a Ngorongoro, nella pianura del Serengeti, un’area naturale protetta dove sono stata a contatto con una natura bella e selvaggia. Così come sono rimasta conquistata dall’isoletta di Mafia (o Chole Samba), sperduta in mezzo alla barriera corallina.

In Egitto ho scoperto l’incantevole deserto bianco, formato da gesso e calcare, luogo considerato una meraviglia geologica e custode di tesori archeologici inestimabili. Lì si prova l’ebrezza di vivere un’avventura unica tra il candore della sabbia e il nero delle rocce vulcaniche. E’ un alternarsi di tonalità che sorprende e avvince, un po’ come avviene lungo il cammino delle fate in Cappadocia.

In Tunisia, a El Jem ho visitato l’anfiteatro romano, mentre in Libia, nell’antica Leptis Magna, ho ammirato gli archi fatti edificare dagli imperatori Marco Aurelio e Settimio Severo che per importanza e bellezze storiche gareggiavano con Roma.

La Thailandia è stata un’altra meta che non scorderò. Un tempo era una terra molto ricca, conosciuta per i tessuti e gioielli (ancor oggi è uno dei mercati leader a livello mondiale per le pietre preziose); la sua acerrima nemica, la Birmania, invase la sua antica capitale nel XVIII° secolo, annientando e radendo al suolo l’antica capitale del Regno Thai, Ayutthaya. Ora è famosa per i palazzi, i templi e i monasteri oltre che per le imponenti statue del Buddha.

Ogni destinazione ha ampliato i miei orizzonti, stimolando la mia creatività.

Ha più rivisto il luogo dove ha vissuto l’infanzia in Africa ?

Si, dopo molti decenni sono tornata e sono stata accolta con affetto dalla popolazione. Alcune donne mi hanno invitata in un tucul, edificio a pianta circolare tipico della zona, e mi hanno offerto il chai , accompagnato dai pop-corn. La signora che dimora nella stessa casa dove ho vissuto in gioventù mi ha ospitata, offrendomi il caffè, la cui preparazione in Eritrea è un rituale sociale e culturale. Asmara è famosa anche per il caravanserraglio, dove tutto è poesia e si respira l’aroma intenso di caffè e delle immancabili spezie; miscelando queste ultime si ottiene il berberé, ingrediente chiave nella cucina eritrea ed etiope.

Quali altri soggetti ama riprodurre nelle sue opere?

I soggetti naturali, come i fiori, i paesaggi e le nature morte. Molti dei fiori che dipingo si rifanno ai miei viaggi, come ad esempio i frangipane, che simboleggiano l’immortalità, la bontà e l’innocenza; oppure l’acanto, una pianta dalla fioritura raffinata, le cui foglie sono divenute l’artistica decorazione dei capitelli corinzi.

Rammento il sicomoro, albero dal forte significato spirituale e cerimoniale per diverse culture, la cui immagine imponente rimanda alla connessione tra cielo e terra. E il fiore di loto, emblema per antonomasia di rinascita, perseveranza e purezza dell’anima.

Considero tutta la natura sacra, preziosa la mia principale fonte di ispirazione.

C’è una forma d’arte che preferisce?

Non ho preferenze, mi piace spaziare e sperimentare varie tecniche. Bisogna amare le cose che si fanno e ringrazio il Signore per ogni giorno della vita che mi ha dato, per le esperienze vissute e naturalmente per avere la famiglia che ritengo il dono più importante; in ogni passo della vita i miei figli mi sono sempre vicini.

La signora Lilia mi mostra alcune sue opere tra le quali diverse riproducono angoli della sua amata Conegliano, come il castello, via XX Settembre, Villa Gera, il Monticano e altri scorci meravigliosi. Non sono solo vedute paesaggistiche, il riverbero dei sentimenti di Lilia si riversa con garbo nelle tele donando ulteriore armonia a luoghi già di per sé avvolti da un’aura di grazia.

Una vita indubbiamente interessante quella di Lilia che si snoda tra memoria e affetti famigliari, sapientemente tradotti grazie ai suoi talenti in arte. Ogni emozione provata dall’infanzia fino ad oggi si manifesta nelle sue opere, incastonata in una ceramica o riflessa nelle pennellate c’è la stessa luce che ancora brilla negli occhi di Lilia, resa ancor più splendente dall’amore per i suoi cari e dalla curiosità insita nell’anima che l’ha spinta a viaggiare.

Con questo desiderio di conoscere il prossimo e il mondo, nelle diverse sfaccettature naturali e umane, Lilia ha aperto mente e cuore a culture e tradizioni diverse, facendo tesoro di ogni momento vissuto con pienezza, svelando la sua profonda sensibilità. Nel contempo il fulcro della sua vita è e rimane sempre la famiglia, elemento imprescindibile per la sua vita personale e artistica, così come è vivo il legame con la sua Conegliano. Senza mai dimenticare l’Africa però!

Due universi apparentemente distanti eppure ricorrenti e vicini nelle sue opere, che corrono paralleli lungo tutta la vita e la carriera di un’artista capace di dimostrare nelle sue opere la sua anima poliedrica, sempre pronta a mettersi in gioco in una ricerca personale che le consente di esprimere, con raffinatezza, ogni emozione suscitata in lei dal linguaggio universale della bellezza.

Monia Pin


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