
di Monia Pin
CANEVA (PN) – A Villa Frova, fucina culturale di diversi eventi, si tiene in questi giorni la mostra “Luce” di Roberto Bellini. L’ho visitata e sono rimasta affascinata dagli scatti, capaci di invitarmi ad un’immersione totale in quella ricerca della luce, unita all’abilità di cogliere un guizzo dopo l’attesa e dare voce ad una poesia che corre sottotraccia nei paesaggi.
Le foto paiono scorci di sogni rimasti impressi nei fotogrammi della memoria, proiettati poi nella straordinaria bellezza plasmata dalla natura in modo così eccellente come solo essa sa fare, una natura che ci tine sospesi in quel non-spazio tra visibile e invisibile, in quel sottile interstizio tra luce e oscurità dove il nulla apparente è il regno nel quale l’anima percepisce tutto.
Le foto di Roberto Belllini pongono l’accento su quel ritmo giocoso tra il fotografo e il ritmo scostante della luce, l’importanza dell’attesa per condurre lo sguardo verso un altrove, sospinti dal volo delle starne o dei fenicotteri e la gioia di un attimo che cambia d’un tratto tutto, annullando la monotonia di una scena con un dettaglio che sembra uscire dallo scatto per invitarci a vivere insieme la bellezza di un istante.
I cieli stellati, gli animali, follie di colori che animano l’alba, raggi improvvisi che sfidano le nubi per accarezzare imponenti vette e la sensazione di sentirsi attratti dall’infinito, sono tratti distintivi di una poetica che spesso fa capolino negli orizzonti precari che uniscono mare, terra e cielo.
Le immagini sollecitano un dialogo con lo spettatore, rappresentano un mezzo per varcare soglie nei quali l’artista si è proiettato senza alcun timore. Anche noi ci troviamo partecipi della ricerca di un luccichio che conduce l’anima al cospetto della bellezza profonda, in grado di chiamarci a sondare l’intimità di un particolare per guidarci nella visione d’insieme, rivelando la sacralità intrinseca che si respira nel creato.
Tutto sembra precario, effimero eppure emerge, nei tremolii di chiarori improvvisi, la presenza ineffabile di una vitalità a volte sospesa nella bruma del mattino e qualche volta talmente straripante da “profumare” l’atmosfera di un Mistero che si svela a poco a poco rivelando contorni soffusi, quasi mimando una sostanza trascendente che si evince da un’intuizione inattesa. La fotografia diventa poesia, ode, esplorazione, sempre nel rispetto reciproco, come afferma Roberto Bellini, della luce che si manifesta all’uomo accompagnata dalle note armoniose del silenzio.
Nella nostra vita di viandanti su questa terra, la mostra di Roberto Bellini rappresenta un sentiero proficuo e metafisico dove gli sguardi oltrepassano l’apparenza per inseguire il bello, il cuore vuole ascoltare il palpito all’origine della grazia donata in abbondanza e ogni persona si sente attratta dal primordiale richiamo della natura, provando a cercare un po’ di sé e ritrovando quel contatto con essa tramite primordiali danze di luce.
Pure la cosa semplice diventa straordinaria, il superfluo sfuma e scompare lasciandoci respirare in libertà la consapevolezza che le tenebre in fondo sono solo il preludio di uno splendore pronto a stupirci quanto meno ce l’aspettiamo. La meraviglia prende il sopravvento e diventa l’impulso di una vitalità rinnovata, pronta a credere, sperare in una rinascita, è la scintilla che ravviva il fuoco dell’esistenza e ci fa riscoprire la nostra volontà mai doma di esplorare sé stessi e l’ambiente che ci abbraccia e manifesta inauditi prodigi, spesso distrattamente elusi dalla frenesia dei tempi moderni.
La luce si fa trovare da chi pazientemente attende e comprende, da chi ha l’ardire di tendersi verso qualcosa di intangibile e sa oltrepassare soglie di universi pronti a palesarsi, fuori e dentro sé.
Monia Pin
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