di Monia Pin

Arrivare alla chiesa di San Zaccaria a Gaiarine è come fare un viaggio nel tempo. Una stradina laterale, che porta appunto il nome del santo, ci porta lungo un percorso che si snoda tra campi, e in una bella giornata d’autunno la vista di quel verde macchiato dai classici colori della stagione rende l’insieme molto simile ad un dipinto che immortala un luogo in equilibrio perfetto tra presente e passato. Ricordiamo che san Zaccaria era il padre di san Giovanni Battista e uno dei dodici Profeti minori; a Venezia si trova un’importante chiesa a lui intitolata, vicino a Piazza San Marco.

La chiesa di San Zaccaria a Gaiarine non ha un’età certa, la sua fondazione si perde nei secoli remoti che hanno visto sorgere nelle nostre zone molti altri luoghi di culto; nel suo caso l’unica data che testimonia la sua presenza è il 1456, quando l’ultimo sacerdote di cui conosciamo il nome, Don Giovanantonio de Bastanzio da Salsa si dimette, consegnando le chiavi della chiesa al Vescovo. Questo perché le rendite non permettevano una vita dignitosa e così, d’accordo con il clero locale, si procedette ad unirla alla chiesa di San Tommaso Becket ed entrambi divennero i santi protettori di Gaiarine. Tuttavia la sua costruzione potrebbe essere precedente all’attuale chiesa parrocchiale, vista la sua posizione strategica lungo la strada che da Roverbasso si innesta in Via Terraglio, purtroppo, nonostante le approfondite ricerche del compianto Sig. Zaccariotto, non sono state trovate informazioni certe. Nel 1547 fu ricostruita e nel 1888 il Vescovo, durante una visita pastorale, ne attestò la precarietà sia interna che esterna. La chiesa purtroppo visse un periodo di trascuratezza totale; fu addirittura proposta alla Prefettura come lazzareto, poi a ricovero agricolo fino a risorgere in epoca recentissima.

La chiesa si presenta con una facciata semplice, ma ciò che colpisce è quel suo candore capace di raccogliere a sé tutta la bellezza della natura che la circonda per trasformarla in una preghiera silenziosa, la stessa che si innalza dai cuori dei fedeli che con devozione l’hanno salvata dall’incuria e restituita alla comunità.

Trovo ad attendermi il sig. Baggio, una delle persone del gruppo che nel 1993/1994 si è impegnato in questo lavoro di ristrutturazione. Varcando il portone d’ingresso si apre l’unica ampia navata, illuminata da due finestrelle poste alle due pareti laterali, arricchite dalla Via Crucis donata da Monsignor Enrico Fantuz.

Durante i secoli ha subito diversi interventi tanto che, proprio durante i lavori degli anni ’90, fu scoperta l’esistenza di una porta e di una finestra sul lato che guardava ad oriente, chiuse molto probabilmente nel corso del 1700.Questo fa supporre che fu cambiato l’orientamento della chiesa, come avvenuto altrove. Per non perdere traccia di questa antica particolarità della chiesa il sig. Baggio mi mostra che esternamente, dopo la fine dei lavori, furono tracciati i segni delle due aperture così da lasciarne memoria ai posteri.

Come molti luoghi di culto anche questo ha vissuto alterne vicende di splendore e degrado, per poi rinascere grazie allo spirito di iniziativa di una borgata che ha collaborato e si prodiga tuttora nel tenere viva la chiesa. Per avere i fondi necessari ed iniziare i lavori fu organizzata una cena alla quale parteciparono in molti e se possiamo ora visitare questo edificio sacro lo dobbiamo anche alla generosità delle donazioni fatte dalle famiglie della borgata.

Secondo alcuni racconti la chiesa era di proprietà di un nobile che la cedette in tempi remoti alla Curia di Ceneda insieme ai terreni circostanti; questo farebbe pensare che quindi il Vescovo, avendone la disponibilità, abbia nominato anche dei sacerdoti, ma purtroppo non ne è rimasta traccia, se non dell’ultimo nominato precedentemente.  In attesa di dati certi, rimane la sicurezza che il luogo, da secoli, è un punto di riferimento notevole per la comunità del Terraglio e per tutta Gaiarine, tanto che a Maggio vi si recita il Rosario e il 5 novembre si festeggia San Zaccaria con una funzione religiosa ed una festa molto sentita.

Riprendendo il discorso sulla ristrutturazione, il sig. Baggio mi spiega come sia stato sistemato il tetto che versava in condizioni precarie ed era coperto da una lamiera. Si è provveduto a sistemare le travi, tutte originali e le cornici, che si erano abbassate di 10-12 cm; sono state rialzate, puntellate e tre di queste rinforzate con i barbacani. Il portone d’ingresso è autentico, insieme alle cornici è stato fatto restaurare a Treviso, così come la pavimentazione è quella dell’epoca. Quest’ultima è rimasta inalterata nel corso dei secoli e non modificata neanche durante la ristrutturazione, caratteristica che ha colpito molto anche i responsabili delle Belle Arti dimostrando vivo apprezzamento per il lavoro compiuto all’intero edificio, ma soprattutto per questa attenzione particolare posta alla conservazione della pavimentazione.

In fondo alla chiesa c’è un bel altare policromo, ma non è sempre stato qui. Infatti proviene dalla chiesa di Gaiarine e, come mi viene ricordato, fu portato nel 1927 con il carro trainato dai buoi , andando a sostituire il precedente, in marmo di Carrara. Anche questo altare si presenta come un’opera raffinata, dalle tonalità cromatiche eleganti che ben si accordano al tronetto sovrastante dove appaiono ai lati due angeli, anch’essi recentemente restaurati, e centralmente una statua della Vergine Maria. Questo particolare ricorda che questo luogo di culto era stato in passato dedicato sia al profeta San Zaccaria che alla Beata Vergine Maria.

Molto particolare la serratura del tabernacolo, anch’essa risistemata a dovere da un artigiano di Conegliano, e che presenta ben sette serrature di antica fattura. Dietro l’altare il dipinto del 1857 opera di Amadeo Giuseppe Loreni che rappresenta San Zaccaria, sorpreso nell’attimo in cui gli appare l’Arcangelo Gabriele. I colori ancora vividi fanno trasparire le due figure principali grazie ai colori luminosi delle loro vesti, uscendo quasi d’impeto dallo sfondo scuro che fa risaltare ancor di più, nello sguardo meravigliato e nella posa delle mani, l’incredulità di San Zaccaria dinnanzi all’apparizione angelica. L’opera era diventata riparo per i passeri che vi avevano trovato rifugio, scegliendolo come luogo per il loro nido. Si è provveduto quindi a ripulire questa piccola pala ripulendola e rifacendo la cornice con foglie d’oro.

A completamento degli interni troviamo sulla destra un crocefisso e, ai lati della piccola pala d’altare, due quadri, doni della signora Caterina Pessotto.

Pure la campana e la croce che si possono vedere nel retro della chiesta sono state aggiunte durante gli ultimi lavori, frutto di un provvidenziale ritrovamento ad un mercatino dell’antiquariato l’una e del lavoro artigianale l’altra. La croce infatti, fatta in maniera tale che ben si adatta al contesto storico del luogo di culto, è opera dei fratelli Pessotto di Francenigo.

Un ultimo particolare, non da poco, riguarda il parco esterno che circonda la chiesa. Un tempo c’era un cimitero come testimoniato dai reperti rinvenuti in epoca recente durante alcuni lavori edilizi. Lo spazio verde così come appare ora è stato sistemato, riordinando anche i confini con le proprietà circostanti che risultavano alquanto confusi.

Ci sarebbe molto da dire su questa chiesa, molto ancora resta da scoprire, ma certamente se possiamo fermarci in questa oasi di serenità e ammirare un pezzetto del nostro passato lo dobbiamo al lavoro corale di un gruppo di persone che ha sfidato l’incuria del tempo per riconsegnare alla propria comunità e ai visitatori di passaggio l’ennesimo piccolo ma significativo tassello di bellezza e fede, ennesimo ricco capitolo della nostra storia locale.

Un ringraziamento quindi va a tutti coloro che hanno collaborato e ancor oggi si adoperano per mantenere in vita la chiesa di San Zaccaria ed un invito è rivolto alle giovani generazioni, perché sappiano raccogliere il testimone, qui come altrove, e continuare in quest’opera di custodia e memoria, in quel prendersi cura di un luogo quanto fulcro di una borgata e patrimonio di tutti noi, ma anche per quanto rappresenta in termini di ricordo e spiritualità, cosa quest’ultima che ci ricorda le radici rigogliose e vigorose da cui traiamo la forza per ripartire e guardare avanti con fiducia al futuro che ci attende.

Monia Pin

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